domenica 3 giugno 2012

[9] Queste cose sono tramandate per consenso comune. Se Nerone abbia contemplato la madre morta e ne abbia ammirato la bellezza, ci sono alcuni che lo hanno tramandato, altri lo hanno negato. Venne cremata la notte stessa in un letto da convito con esequie modeste; e finché Nerone tenne il potere non le fu costruito né un tumulo, né un recinto funebre. Successivamente, a cura dei servi, ebbe una modesta tomba a ridosso della strada per Miseno e della villa del dittatore Cesare, la quale si protende altissima sulle insenature circostanti. Dopo aver acceso il rogo, un liberto di nome Mnestere si suicidò incerto se per amore della padrona o per paura della tortura. Agrippina molti anni prima aveva previsto questa sua morte e non le aveva dato alcuna importanza. Infatti a lei che li interrogava riguardo a Nerone, degli indovini risposero che sarebbe diventato imperatore e avrebbe ucciso sua madre e lei rispose: “mi uccida pure, purché diventi imperatore”.

[10] Nerone, dopo che il delitto fu compiuto, ne capì tutta la gravità. Durante il resto della notte, inchiodato nel silenzio più spesso alzandosi all'improvviso per la paura e sconvolto, attendeva la luce, come se fosse destinata a portargli la rovina. Invece, su iniziativa di Burro, lo rianimò la prima manifestazione di adulazione da parte di centurioni e tribuni, che gli prendevano la mano e si congratulavano per il fatto che era scampato ad un pericolo imprevisto e al delitto di sua madre. Da quel momento gli amici cominciarono a recarsi ai templi e, preso questo esempio, i più vicini municipi della Campania manifestavano la loro gioia con sacrifici e delegazioni. Lui invece, con una simulazione opposta, era triste e quasi ostile alla sua incolumità, e in lacrime per la morte della madre. Poiché tuttavia l'aspetto dei luoghi non cambia come il volto degli uomini e gli si presentava davanti la visione fastidiosa di quel mare e della spiagge (e c'erano quelli che credevano che si sentisse sui colli circostanti il suono di una tromba e dal tumulo della madre un pianto), si ritirò a Napoli e inviò al senato una lettera il cui contenuto era che era stato scoperto armato di spada il sicario Agermo, dei liberti più intimi di Agrippina, ed essa aveva pagato il fio a causa del rimorso, poiché aveva meditato lei il delitto.

[11] Aggiungeva accuse risalenti indietro nel tempo, il fatto che aveva sperato la condivisione del potere e che le coorti pretorie avrebbero giurato la loro fedeltà ad una donna, e che la stessa cosa avrebbero fatto il Senato e il popolo, e, dopo che era stata delusa in questo, ostile all'esercito, ai senatori e alla plebe, aveva espresso parere contrario al donativo e al congiario, e aveva architettato la rovina di uomini illustri. Quanta fatica aveva dovuto fare per non farla entrare in Senato e per non farle dare responsi alle delegazioni estere! Inoltre con un'ipocrita riferimento ai tempi di Claudio scaricò sulla madre tutte le scelleratezze del potere di quello, ribadendo che era una fortuna per lo Stato che lei fosse morta. Poi raccontava anche del naufragio: il fatto che fosse un effetto del caso, chi si trovava talmente stupido da crederlo? Oppure che da una donna che aveva subito un naufragio fosse stato invitato un solo uomo con una spada per sbaragliare le coorti e le flotte dell'imperatore? Pertanto veniva criticato dall'opinione pubblica non Nerone, la cui ferocia superava le maledizioni di tutti, ma Seneca, perché con un tale discorso aveva confessato la sua complicità.

[12] Ciò nonostante, con un'incredibile gara degli elementi più autorevoli, vengono decretate delle cerimonie di ringraziamento presso tutti i templi e che le Quinquatrie, nel corso delle quali era stato scoperto il complotto, venissero celebrate con giochi annuali, e che nella Curia venisse collocata una statua d'oro di Minerva e a fianco una statua del principe, e infine che il giorno di nascita di Agrippina fosse collocato tra i giorni nefasti. Trasea Peto, che era solito sorvolare sulle precedenti adulazioni, col silenzio oppure con un breve cenno di assenso, allora uscì dal Senato. Si provocò una situazione di rischio e non offrì agli altri un incentivo a riconquistare la libertà. Si verificarono anche dei prodigi inutili e improduttivi: una donna diede alla luce un serpente e un'altra fu colpita da un fulmine tra le braccia del marito. Improvvisamente il sole si eclissò e 14 quartieri della città furono fulminate. Queste cose accadevano senza nessun coinvolgimento, a tal punto che Nerone per molti anni successivamente continuò a regnare e a commettere le sue scelleratezze. Inoltre per inasprire l'ostilità nei confronti della madre, e dimostrare che, tolta di mezzo lei, la sua generosità era aumentata, fece rientrare in patria due donne di alta condizione, Iunia e Calpurnia, e Valerio Capitone e Licinio Gabolo, un tempo cacciati in esilio da Agrippina. Permise inoltre che fossero riportate a Roma le ceneri di Lollia e Paolina, e che fosse costruito un sepolcro; e concesse l'amnistia a coloro che lui stesso aveva mandato in esilio, Iturio e Calvisio. Infatti Silana era morta , dopo esser tornata a Taranto da un esilio lontano, quando già Agrippina, per la cui ostilità lei era andata in rovina, vacillava o si era fatta più clemente.

[13] Egli tuttavia si attardava nei possedimenti della Campania, col dubbio angosciante di come sarebbe entrato a Roma e se avrebbe trovato l'ossequio del Senato o il favore della plebe. Di contro tutti gli adulatori peggiori, dei quali non è mai esistita una reggia più ricca, andavano dicendo che il nome di Agrippina fosse esecrato e che il favore del popolo era stato ingigantito dalla morte di lei. Partisse con fiducia verso la città e sperimentasse la venerazione nei suoi confronti di persona; al tempo stesso gli chiedevano di precederlo e trovarono una situazione più favorevole di quanto avessero promesso, le tribù disposte lungo il percorso, il Senato in gran parata, schiere di donne e di figli divisi per sesso e per età, gradinate costruite per la via del suo percorso, del tipo di quelle da cui si assiste ai trionfi. Quindi superbo e trionfatore sull'universale servilismo, salì sul Campidoglio, fece le cerimonie di ringraziamento e si scatenò in tutti quegli appetiti che il rispetto verso la madre, di quantunque tipo fosse, aveva rallentato, tenendole a malapena a freno.

[14] Aveva un'antica passione per guidare le quadrighe, e un amore non meno turpe per suonare la cetra, come gli attori. Ricordava che partecipare alle gare di cavalli era un'attività tipica di un re, ed era stato fatto più volte da antichi condottieri. E ciò era celebre a causa dei poeti e destinata ad onorare gli dei. Ricordava poi che i canti erano sacri ad Apollo e che con tale ornamento lui si trovava non solo nelle città greche, ma anche nei templi romani, come divinità particolarmente importante e dotato del dono della preveggenza. Ormai non gli si poteva resistere, quando a Seneca e a Burro sembrò opportuno, affinché non la vincesse in ambedue le cose, concedergliene una. Venne recintato nella valle Vaticana uno spazio, nel quale si potessero guidare i cavalli, lontano dagli occhi di tutti. Successivamente il popolo romano cominciò ad essere invitato e ad applaudirlo, desideroso com'è il popolino di piaceri e ben contento se il principe ve lo conduce. Per altro l'indecenza resa di dominio pubblico non provocò la sazietà come pensavano, ma produsse uno stimolo ulteriore. E pensando che il suo disonore venisse ammollito se lui avesse infangato più persone, fece rappresentare sula scena i discendenti di famiglie nobili e sensibili al denaro a causa della povertà: questi, poiché sono morti, io non li nominerò, ritengo che questo si debba attribuire come segno di rispetto ai loro antenati. [infatti il disonore è anche di colui che diede loro del denaro perché commettessero dei gesti infami, piuttosto che se ne astenessero] Costrinse anche dei noti cavalieri romani a promettere di esibirsi nell'arena attraverso dei doni molto ingenti, se non che una regalia da parte di uno che può comandare porta in sé la potenza di un obbligo.

[15] Tuttavia, per non degradarsi ulteriormente in uno spettacolo pubblico, istituì dei giochi con il nome di “Giovenali”, ai quali né la nobiltà, né l'età, né le cariche ricoperte furono di impedimento a chiunque a esibirsi come attori greci o latini, abbassandosi fino a gesti indegni di un uomo. Anzi, anche delle donne di nobile casato si preparavano a spettacoli osceni; furono costruite presso il bosco, che Augusto aveva fatto piantare intorno al lago per le Naumachie, dei luoghi di riunione e delle bettole, e vennero messi in vendita strumenti atti ad eccitare la lussuria, e venivano anche dati dei denari che le persone oneste spendevano spinti dalla necessità, i corrotti invece per ostentazione. Quindi si svilupparono l'indecenza e l'impudicizia e nessuna marmaglia più di quella aggiunse tanta dissolutezza a dei costumi già da tempo corrotti. A fatica il senso dell'onore si conserva in una società equilibrata, tanto meno si conservava il senso dell'onore o quello della misura o una traccia di moralità in mezzo a una gara di vizi. Infine si presentò egli stesso sulla scena accarezzando la cetra con molta cura e provando degli accordi, mentre lo assistevano dei maestri di canto. Era presenta anche la guardia pretoria, i centurioni, i tribuni e Burro, che pur soffrendo lo lodava. E allora per la prima volta vennero ingaggiati dei cavalieri romani, con l'appellativo di Augustiani, riconoscibili per la loro giovinezza e gagliardia, alcuni di indole sfrontata, altri spinti dall'ambizione. Questi di notte e di giorno lo riempivano di applausi, esaltando la bellezza o la voce del principe con aggettivi degni di un dio. Erano famosi e onorati come se fossero delle persone di valore.

[16] Tuttavia, perché non fossero note soltanto le arti recitative dell'imperatore, manifestò un grande impegno anche per la composizione poetica, dopo aver ingaggiato alcuni che avevano una certa capacità di comporre versi non ancora giunta alla fama. Questi dopo la cena si riunivano e cercavano di mettere insieme i suoi versi, o già composti o improvvisati al momento, oppure cercavano di sostituire le sue parole buttate giù in qualche maniera. Cosa che lo stile stesso delle poesie denuncia, perché non fluisce con una stessa ispirazione, intensità e continuità. Dopo i banchetti dedicava del tempo anche ai filosofi, per divertirsi con i litigi di coloro che affermavano idee divergenti. E non mancavano quelli che desideravano essere visti con l'espressione del viso triste in mezzo ai divertimenti della corte.

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