domenica 3 giugno 2012

ciao sono figa ciao


La morte di Agrippina
Ma a Nerone, che attendeva i messaggeri del delitto perpetrato venne riferito che (Agrippina) si era salvata, leggermente ferita, e avendo corso quel tanto di pericolo che bastava perché non vi fosse dubbio sull’autore di esso. Allora era più morto che vivo a causa della paura e ripeteva che di lì a poco sarebbe arrivata per vendicarsi immediatamente, sia che armasse la servitù o suscitasse una rivolta nell’esercito, sia che ricorresse al senato e al popolo, parlando apertamente del naufragio, del colpo ricevuto e degli amici assassinati: contro ciò, che risorse aveva lui? A meno che non escogitassero qualcosa Burro e Seneca, che aveva subito fatto chiamare, incerto se prima fossero consapevoli. Dunque vi fu un lungo silenzio da parte di entrambi, o per non spendere parole inutili a cercarlo di dissuaderlo, o perché credevano che si fosse arrivati a un punto tale che Nerone sarebbe morto se Agrippina non fosse stata anticipata. Il primo ad agire fu poi Seneca, in un modo tale che guardò Burro e gli domandò se dovesse dare ai soldati l’ordine di ucciderla. Egli rispose che i pretoriani, essendo legati a tutta la casa dei Cesari e memori di Germanico, non avrebbero osato nulla di atroce contro la figlia di lui: pensasse Aniceto a mantenere il suo impegno. E quello, senza esitare, si assunse l’incarico dell’impresa. Di fronte a quella affermazione Nerone esclamò che solo in quel giorno gli si dava veramente il potere e che l’autore di un dono così grande era un liberto: andasse rapidamente e conducesse con sé i più risoluti agli ordini. Quanto a lui, venuto a sapere che era giunto Agermo, per ordine di Agrippina, preparava di sua iniziativa la scena del delitto, e mentre quello esegue gli ordini, fa gettare tra i suoi piedi una spada, poi comanda che lo si incateni, come se fosse stato colto in flagrante, per far credere che la madre avesse macchinato di ucciderlo e poi, per la vergogna derivante dal delitto scoperto, si fosse data di sua mano la morte.
Intanto, divulgatasi la voce del rischio corso da Agrippina, come se fosse stato accidentale, man mano che ognuno era venuto a saperlo, accorreva alla spiaggia. Gli uni salivano sul molo, gli altri sulle barche vicine, altri ancora si inoltravano in mare fin dove gli consentisse la statura, alcuni tendevano le braccia. Tutto il litorale si riempiva pieno di lamenti, d’invocazioni, del chiasso di domande contrastanti e di risposte malcerte, accorreva un’enorme folla munita di fiaccole, e, allorché si viene a sapere che (Agrippina) è incolume, tutti si avviavano per andare a festeggiarla, finché non furono respinti dalla vista di una schiera armata e minacciosa. Aniceto fece circondare la villa con delle sentinelle e, sfondata la porta, fece trascinare via tutti i servi che incontra, finché giunse alla soglia della camera di Agrippina, davanti alla quale stavano pochi, poiché gli altri erano stati messi in fuga dallo spavento dell’irruzione. Nella camera c’era pochissima luce, una sola ancella; e Agrippina era sempre più terrorizzata poiché non arrivava nessuno da parte del figlio, e neppure da Agermo. Altro sarebbe stato l’aspetto di una cosa lieta, ora invece c’era soltanto solitudine, rumori improvvisi: tutti gli indizi di un male estremo. Poiché l’ancella si allontanava, ella, dopo aver detto “Mi abbandoni anche tu?” scorse Aniceto, accompagnato da Erculeio, capitano di una triteme, e dal centurione della flotta obarito; e disse che, se egli era venuto per visitarla, annunciasse che lei si era ripresa, se invece a compiere un delitto, essa non poteva avere nessun sospetto nei confronti di suo figlio: egli non poteva aver dato un comando di matricidio. Gli esecutori circondano il letto e per primo Erculeio la percuote sul capo con una mazza, mentre il centurione alza il pugnale per finirla, essa protendendo il ventre esclama “colpiscimi la pancia” e muore, trafitta da molte ferite.
Usi e costumi dei Germani (14, 1-3)
Quando si è giunti in battaglia, è vergognoso per un capo essere sconfitto in valore dagli inferiori, ed è altrettanto vergognoso per questi non eguagliare il valore del comandante. È, inoltre, infamante e vergognoso per l’intera esistenza, ritornare salvo dal combattimento quando il capo è caduto. L’impegno più sacro per un soldato è quello di difendere il proprio condottiero, di battersi per lui e di ascrivere alla sua gloria persino i propri eroismi: il capo combatte per la vittoria, coloro che lo seguono combattono per lui.



Se il popolo presso il quale sono nati si intorpidisce nell’ozio di una lunga pace, gran parte dei giovani nobili vanno spontaneamente presso quelle popolazioni che in quel momento stanno facendo guerra contro qualcuno, perché l’inattività è inadatta a quel popolo e più facilmente si acquista gloria in mezzo ai pericoli, e un grande seguito non si mantiene se non attraverso una guerra continua. Esigono infatti dalla generosità del capo quel cavallo da guerra, quella lancia insanguinata e vincitrice, infatti i banchetti e in generale i trattamenti, per quanto semplici e rozzi tuttavia sono abbondanti e mantengono la funzione di stipendio.
La materia della generosità si può ottenere soltanto con la guerra e con le rapine. Non sarebbe tanto facile persuadere i germani ad arare la terra e ad aspettare il raccolto, quanto a sfidare il nemico e a conquistarsi l’onore delle ferite: pare anzi loro pigrizia e viltà acquistarsi col sudore ciò che possono avere col sangue.

(18-21)
18.1 Eppure il matrimonio da loro è cosa molto seria, né potresti maggiormente lodare altro aspetto dei loro costumi. Infatti, unici tra i barbari, si accontentano di una sola moglie, fatta eccezione per pochi, non per libidine, ma perché sono ricercati da molti a causa della loro nobiltà. Non la moglie al marito, ma il marito alla moglie porta la dote. Assistono alla cerimonia i genitori e i parenti e valutano i doni scelti non per appagare la vanità femminile né per fornire ornamenti alla sposa: ma una coppia di buoi, e un cavallo imbrigliato e uno scudo con lancia e spada. In cambio di tali doni si riceve la moglie, ed essa offre a sua volta qualche arma al marito: essi considerano questo scambio il massimo vincolo, questo il rito arcano, queste le divinità coniugali. Perché la donna non si creda estranea ai nobili pensieri e alle vicende della guerra, dagli stessi riti iniziali del matrimonio è avvertita che sarà compagna (al marito) nelle fatiche e nei pericoli, e che in pace come in guerra sopporterà e oserà insieme a lui: questo simboleggiano i buoi aggiogati, il cavallo bardato, le armi donate. Così deve vivere, così deve morire: i doni che essa riceve li trasmetterà inviolati e sacri ai figli, dai quali lo riceveranno le nuore e a loro volta lo trasmetteranno ai nipoti.
19.1 Vivono dunque in riservata pudicizia, senza essere corrotte da attrattive di spettacoli né da stimoli conviviali. Sia gli uomini che le donne ignorano ugualmente i segreti della scrittura. Rarissimi, tra gente così numerosa, gli adulteri, la cui pena è immediata e affidata ai mariti: il marito scaccia di casa la donna, dopo averla denudata e averle reciso le chiome, e la incalza a frustate per tutto il villaggio; non esiste perdono per la donna disonorata: né bellezza, né gioventù, né ricchezza le farebbero trovare uno sposo. Perché là i vizi non fanno ridere e il corrompere e l’essere corrotti non si chiama moda. Ancora più sagge sono quelle tribù, dove vanno a nozze soltanto le vergini e la speranza e i voti della sposa non si appagano che una sola volta. Hanno così un solo marito, come un solo corpo e una sola vita, perché il loro pensiero e il loro desiderio non vadano oltre, e perché non il marito, ma il matrimonio sia da loro amato. Limitare il numero dei figli o ucciderne qualcuno di quelli nati in soprannumero è ritenuto colpa infamante, e là i buoni costumi valgono più che le buone leggi in altri paesi.



20.1 In ogni famiglia, nudi e sudici, essi crescono con quelle membra vigorose e con quei corpi che noi guardiamo con ammirazione. Ogni madre allatta i propri figli, né li affida mai ad ancelle o a nutrici. Nessuna raffinatezza di educazione distingue il padrone dal servo: vivono insieme tra lo stesso bestiame e sullo stesso terreno, finché l’età viene a distinguere dagli altri i nati libri e il coraggio a rivelarli. Tardi i giovani conoscono il godimento sessuale, e perciò più vigorosa si mantiene la loro virilità. Né le fanciulle si sposano prima dell’età conveniente; hanno la stessa robustezza dei giovani, simile statura: vanno a nozze quando i corpi sono egualmente forti e sviluppati, e i figli rispecchiano la vigoria dei genitori. I figli della sorella sono tenuti dallo zio nello stesso conto che dal padre. Alcuni ritengono anzi ancora più sacro e più stretto quel legame di sangue e quando ricevono ostaggi lo preferiscono, come se vincolasse pià saldamente gli animi e più largamente il parentado. Eredi però e successori sono a ciascuno i figli, e non fanno testamento. In mancanza di prole, subentrano nella successione i fratelli, gli zii paterni, gli zii materni. Quanto più numerosi sono i parenti di sangue,  e gli acquisiti, tanto più onorata è la vecchiaia; e non c’è alcun vantaggio a non avere discendenti.


È d’obbligo fare proprie tanto le inimicizie quanto le amicizie, sia di un padre, sia di un parente: non durano però implacabili, poiché persino l’omicidio si riscatta con un determinato numero di capi di bestiame grosso e minuto, e la casata intera accetta il compenso, con vantaggio generale, perché dove c’è libertà le inimicizie sono più pericolose.
2. Nessun altro popolo ha maggior larghezza nel dare conviti e nell’esercitare ospitalità. Non è ritenuto lecito chiudere la porta a qualcuno, chiunque egli sia, ognuno lo ammette al proprio desco, imbandito secondo ai suoi mezzi. Allorchè questi vengono a mancare, colui che aveva fatto da ospite si fa guida e compagno ad un altro tetto ospitale; senza invito si presentano entrambi alla casa vicina. E non c’è differenza: vengono accolti entrambi con gli stessi riguardi. In fatto di ospitalità, nessuno distingue il conosciuto dallo sconosciuto. A chi se ne va, è usanza accordare ciò che eventualmente gli abbia chiesto; e la facilità del chiedere è reciproca. Dei doni si compiacciono, ma né mettono in conto quelli che han dato, né si ritengono obbligati da quelli che han ricevuto.

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