domenica 11 dicembre 2011

DE TRANQUILLITATE ANIMI

3. Quanto a ciò verso cui tendi, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, l'imperturbabilità. Questa
fermezza dell'animo i Greci la chiamano euthimia, sulla quale c'è quel volume egregio di Democrito,
io la chiamo tranquillità; perché non è necessario imitare e trascrivere letteralmente un termine secondo
la forma greca: la stessa cosa a cui si fa riferimento va indicata con una parola, che deve avere
l'efficacia espressiva, non l'aspetto esteriore della dizione greca.
4. Dunque noi ci chiediamo in che modo l'animo possa seguire un percorso sempre uguale e felice ed essere in armonia con se stesso e guardare con gioia a ciò che lo riguarda, non interrompendo questa felicità, ma rimanendo in uno stato di benessere, senza mai esaltarsi o deprimersi: questo sarà la tranquillità. In che modo si possa pervenire ad essa vediamolo in generale: tu prenderai della medicina quanto vorrai.
5. il male intanto va denunciato nel suo intero, e in esso ciascuno potrà riconoscere l'aspetto che lo riguarda; subito capirai quanto minor imbarazzo provi tu con il disprezzo di te stesso, rispetto a coloro che, legati a
una professione di immagine e affaticati dal peso del loro alto prestigio, sono costretti a recitare una parte
più per un punto d'onore che per convinzione.
6. Tutti si trovano nella stessa condizione, sia coloro che
sono tormentati dall'incostanza, dall'ansia e dal continuo mutamento dei propositi, ai quali sempre piace
di più ciò che hanno lasciato, sia quelli che marciscono tra gli sbadigli.
Aggiungi quelli che, non diversamente da chi ha il sonno difficile, si rigirano e assumono ora questa ora
quella posizione finché non trovano pace per stanchezza: cambiando continuamente stile di vita da ultimo
si fermano in quello in cui li sorprende non il fastidio dei cambiamenti ma la vecchiaia poco propensa
alle novità. Aggiungi anche coloro che sono poco flessibili non per coerenza, ma per inerzia, e
vivono non come vogliono, ma come hanno cominciato.
7. Innumerevoli, quindi, sono le caratteristiche, ma
una sola la conseguenza del male, l'essere scontenti di sé. Ciò dipende dall'incostanza dell'animo e da
aspirazioni deboli o poco felici, quando, cioè, gli uomini o non hanno un'audacia pari ai loro desideri o
non li realizzano e sono tutti appesi alla speranza; sono sempre instabili e volubili, cosa che inevitabilmente
accade agli indecisi.
Tendono con ogni mezzo all'oggetto dei loro desideri, si addestrano in cose disoneste e complicate e
vi si sottomettono, e quando la loro fatica non ottiene i risultati sperati, li tormenta un'inutile vergogna, e
si addolorano non per aver voluto il male, ma per averlo voluto inutilmente.
8. Li prende allora il pentimento di quello che hanno fatto e il timore di ricominciare e s'insinua in loro quell'irrequietezza senza speranza, poiché non sono in grado né di dominare le proprie passioni né di abbandonarvisi, l'incertezza di una vita che non riesce a realizzarsi e l'inerzia di uno spirito che s'intorpidisce tra desideri frustrati.
9. E tutto ciò si aggrava ulteriormente quando, non riuscendo più a tollerare questa infelicità affannosa, si rifugiano nel riposo, nella solitudine degli studi, condizione insopportabile per un animo teso all'impegno
civile, desideroso di agire e naturalmente irrequieto, che, ovviamente, trova scarso conforto in se stesso;
perciò, tolte le distrazioni che gli impegni di per sé offrono a chi corre da tutte le parti, non sopporta
casa, solitudine, pareti, e mal si rassegna a vedersi abbandonato a se stesso.
10. Di qui quella noia e quell'insofferenza di sé, e l'irrequietezza dell'animo che non trova pace in nessun
posto, e la triste e angosciosa sopportazione della propria inattività, soprattutto quando si ha ritegno ad
ammetterne i motivi e il pudore ricaccia dentro il tormento, mentre le passioni, confinate in una angusta
prigione, senza sbocchi, si soffocano a vicenda; di qui la tristezza, la depressione e i mille ondeggiamenti
dell'animo incerto, che la speranza accarezzata tiene sospeso, la frustrazione rende triste; di qui
l'atteggiamento di quanti detestano il proprio riposo e si lamentano di non aver nulla da fare; di qui, anche,
l'invidia feroce per i successi altrui. Perché l'inattività insoddisfatta nutre il livore e, non avendo potuto
farsi avanti loro, desiderano la rovina di tutti; quindi, 11. per questa rabbia dei successi altrui e per la
sfiducia riguardo ai propri, l'animo si adira contro la sorte e si lamenta dei tempi in cui vive ritirandosi
negli angoli a rimuginare sulla propria pena, mentre prova fastidio e vergogna di sé.
Infatti l'animo umano è per natura attivo e portato al movimento. Gli è gradita ogni occasione di muoversi
e distrarsi, e ancor più gradita a quei pessimi soggetti che volentieri si lasciano logorare dalle occupazioni;
come certe ferite cercano le mani che recheranno loro dolore e godono d'essere toccate, e come
la scabbia ripugnante trova sollievo in tutto ciò che la irrita (il grattare dà sollievo alla scabbia deturpante),
non diversamente direi che per questi caratteri, in cui le passioni esplodono come ferite dolorose,
lo sconvolgimento e l'agitazione sono fonti di piacere.

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