domenica 5 giugno 2011

Orazio, epistola 1,1

Allora Bullazio che ne pensi di Chio, della famosa Lesbo, dell'elegante Samo, della reggia di Creso a Sardi, e di Colofone e di Smirne? Sono meglio o peggio della loro fama, nessuna di loro è inferiore al Tevere o al Campo Marzio?  O t'ha rapito il cuore una città di Attalo? O ti entusiasmi di Lèbedo nauseato di viaggi e del mare? Sai Lèbedo com'è: un villaggio piú deserto di Gabi e Fidene; ma io lí vorrei vivere (cong. irreale), dimenticando i miei, dimenticato da loro, e da riva guardare lontano il mare in burrasca. (incipit II libro Lucrezio) Certo nessuno si propone, fradicio di pioggia e fango da Capua verso Roma, di passare la vita in una capanna; nessuno, intirizzito dal freddo, ritiene le stufe e i bagni caldi il culmine della felicità terrena; neppure tu, se la violenza dell''Austero t'avesse travolto in mezzo al mare, venderesti la nave, raggiunta la riva attraverso il mare Eegeo. Quando sei sei sano, la bellezza di Rodi e di Mitilene ti serve come d'estate un mantello quando tira aria di neve, un bagno nel Tevere d'inverno o un braciere nel mese d'agosto. Finché è possibile e la fortuna ti sorride, Samo, Chio e Rodi è bene lodarle da lontano, a Roma. Qualunque ora lieta ti concedano gli dei prendila con riconoscenza, non rimandarne di anno in anno le gioie, affinché tu possa dire in qualunque luogo tu sia stato di aver vissuto bene, infatti se la ragione e la saggezza, e non il luogo che domina una vasta distesa di mare, scacciano gli affanni, colui che solca il mare muta il cielo, non l'animo. Un inquietudine impotente ci tormenta: andiamo per acque e terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui, a Úlubre, se non ti manca la ragione.

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